Mar 162015
 

divorzio

Martedì prossimo, dopo il dibattito di questi giorni in cui sono intervenuto, voteremo il divorzio breve, cioè la riduzione dei tempi che intercorrono tra separazione e divorzio. Si passerà da tre anni a sei mesi nel caso i coniugi convengano, oppure da tre anni a un anno nel caso di procedura giudiziale (solo uno dei due chiede il divorzio). C’è una larga condivisione da parte dell’intero Parlamento rispetto a questa indicazione e anch’io riconosco l’inopportuna lunghezza finora prevista.

Ma se è assurdo accanirsi laddove una famiglia non sia in grado di continuare, altrettanto non condivisibile è la volontà di eliminare totalmente il periodo di separazione: all’articolo 2 del d.d.l. si considera infatti la possibilità di un cosiddetto “divorzio lampo”, qualora i coniugi siano consenzienti e senza figli a carico.

Non sono d’accordo, e lo avevo già illustrato in altri precedenti post sul mio blog, ad eliminare l’istituto della separazione, perché esso permette quella fase di approfondimento, di decantazione, assolutamente importante per fare in modo che la scelta sia davvero convinta.

Si obietta che, in molti casi, la scelta della separazione sia già maturata da tempo e che quindi questo periodo di riflessione sarebbe inutile. Invece, in non pochi casi siamo di fronte a una scelta impulsiva, dove prevalgono l’odio e il rancore per fatti certamente gravi, che ledono la dignità, l’orgoglio e la coerenza delle persone. Ma proprio perché non pochi di queste decisioni avvengono d’impulso, occorre gestirle senza frenesia, anche perché si portano dietro problemi patrimoniali e delicati aspetti di relazione.

In particolare, se è proprio inevitabile far soffrire terribilmente i bambini, come quasi sempre avviene, con traumi che li portano a essere frequentemente nevrotici e irascibili, almeno facciamolo con tempi tali da accompagnare e ridurre queste loro fatiche, come abbiamo proposto con un emendamento che porta sempre a dodici mesi il tempo tra la separazione e il divorzio, nel caso di figli minori.

Il divorzio certamente recide, comunque modifica, insidia le relazioni non solo tra i coniugi, ma anche fra i coniugi e i figli, tra i parenti, tra i nonni e i nipoti, tra amici. La domanda che allora alcuni di noi hanno fatto, e a cui abbiamo fatto seguito con la presentazione di emendamenti, è: cosa fa lo Stato per preparare i coniugi al matrimonio e per evitare che a un certo punto sopraggiungano separazione e divorzio? La risposta è: poco o nulla. Per questo, sono stati presentati altri emendamenti tesi a favorire la mediazione dei conflitti e a preparare le persone che si accingono a sposarsi, anche rispetto ai doveri e ai diritti che dovranno osservare.

Non si tratta di imporre nulla a nessuno, né di andare incontro, come qualcuno ancora fa finta di temere, ad un nuovo Stato etico. Semplicemente, c’è urgenza anche di avviare, coerentemente con il dettato costituzionale, quelle politiche di sostegno e promozione della famiglia che da troppi anni sono attese.

Stefano Lepri

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