ACCOGLIENZA DIFFUSA, LAVORI UTILI, SPONSOR, RIMPATRIO ASSISTITO: NUOVE RICETTE PER L’IMMIGRAZIONE

 

Premessa

Il fenomeno migratorio va affrontato da molti punti di vista. Ben vengano soluzioni attese da troppo tempo, quali gli accordi di riammissione in cambio di cooperazione internazionale, investimenti e aiuti di vario tipo; CIE (Centri d’identificazione ed espulsione) più piccoli e a misura d’uomo, ecc. Ben vengano soluzioni semplici, quali quelli per cui chi spaccia va subito nel CIE e accompagnato al paese d’origine. Bene prevedere una sola fase di ricorso rispetto all’istanza per ottenere lo status di rifugiato.

Ma servono nuove soluzioni anche quando i migranti chiedono asilo politico. E quando vi sia il diniego dello status di rifugiato, nel caso di persone che si sono ben comportate e che non intendono o non possono osservare l’obbligo contenuto nel foglio di via.

Qui proponiamo due secondi canali: uno per l’accoglienza e l’integrazione, l’altro per il rimpatrio. Sono soluzioni alternative, complementari, non sostitutive a ciò che già si fa. Ma vanno percorse.

 Accoglienza degli immigrati, un secondo canale

Finalmente si è preso consapevolezza della necessità di “spalmare” l’accoglienza sui diversi territori. La recente circolare del Ministero impone ai Prefetti di operare in tal senso. Peraltro non è sufficiente affidare al solo rapporto tra prefetture e comuni la distribuzione dei richiedenti asilo, perché alla fine ci si accontenta delle offerte che arrivano, quasi sempre da realtà specializzate nell’accoglienza degli immigrati.

Occorre quindi un secondo canale, da affiancare e integrare a quello più tradizionale finora seguito. Oggi in Italia ci sono quasi centomila realtà di terzo settore definibili come imprese sociali: coop sociali, associazioni, fondazioni, IPAB, enti religiosi. Molte hanno strutture di accoglienza: comunità, case di riposo, gruppi appartamento, case per l’emergenza, ecc. La gran parte ha camere e letti non utilizzati. Molte potrebbero offrire accoglienza a una o poche persone.

Soluzioni simili possono essere realizzate sia da singole famiglie, sia da organizzazioni di volontariato: ad esempio gli Alpini, gli enti per la protezione civile o la Croce rossa hanno migliaia di sedi e ampia possibilità di accoglienza.

Quindi, accanto (e al posto) di realtà specializzate nell’accoglienza, che possono restare e operare a condizione che si appoggino a molte piccole strutture, dovrebbero progressivamente crescere forme di accoglienza più diffusa e capillare. Le stesse realtà specializzate potrebbero operare anche nel senso di accordarsi loro stessi con enti di terzo settore o famiglie, dividendosi i compiti, per garantire la micro accoglienza.

 Lavoro utile, in attesa della valutazione della richiesta di asilo

L’accoglienza diffusa sopra descritta avrebbe un altro grande e semplice vantaggio: impegnare l’immigrato direttamente, entro l’ente di terzo settore, in attività di volontariato non direttamente concorrenziali a quelle di chi lavora. Ad esempio, se una casa di riposo per anziani ospita alcuni immigrati, questi potranno far compagnia agli ospiti, o imboccarli: tutte cose che ormai fa solo il volontariato. Sono migliaia le attività possibili, che verrebbero definite direttamente, caso per caso, dall’ente di terzo settore. Quindi, si avrebbe il vantaggio di garantire subito, semplicemente e sotto diretto controllo, il lavoro utile dell’immigrato.

Gli enti di terzo settore diventano sponsor

Tale soluzione di lavoro utile, in attesa della valutazione della richiesta di asilo, si rivelerebbe una sorta di periodo di prova, per misurare la serietà della persona. Dovrebbero in questi mesi essere assicurati corsi di italiano e di educazione civica, anche in questo caso da realizzarsi con preferenza con modelli diffusi (es. insegnanti in pensione reclutati dagli enti).

Nel caso di istanza accolta, dovrebbe essere previsto un successivo periodo di “presa in carico” (massimo un anno ma con quota/giorno dimezzata) da parte dello stesso ente di terzo settore, per favorire l’inserimento sociale e lavorativo.

Nel caso di istanza rigettata, qualora la valutazione (con una sorta di punteggio rispetto a obiettivi definiti) sull’immigrato sia positiva, in alternativa al foglio di via potrebbe essere concesso un permesso di ricerca lavoro di un anno, sotto tutela dell’ente di terzo settore che figurerebbe come il già previsto “sponsor” previsto nella legge Turco-Napolitano. Non vi sarebbe più la quota a carico del Ministero, ma il rifugiato potrebbe ripagare l’ospitalità “alla pari”, sul modello degli studenti, anche continuando a svolgere quelle precedenti mansioni.

La filiera accoglienza diffusa, lavoro utile e sponsor: come organizzarla

Il modello di accoglienza diffusa, lavoro utile e sponsor si organizza da un lato stipulando con le maggiori organizzazioni di rappresentanza degli enti di terzo settore convenzioni nazionali, che poi potrebbero essere replicate dalle prefetture a livello locale.

Servirebbe anche un provvedimento governativo che consenta, vista l’emergenza, una deroga agli standard strutturali e gestionali previsti per quei servizi, autorizzata caso per caso dalle prefetture.

E’ evidente che occorre andare oltre il classico modello della convenzione tipo, per andare verso forme più flessibili di gestione in accreditamento, peraltro meno a rischio di comportamenti opportunistici proprio perché parcellizzate. Un accreditamento possibile anche per le singole famiglie, ovviamente a seguito di una solida reputazione.

Andranno quindi verosimilmente previste nelle prefetture delle equipe di operatori e assistenti sociali.

Rimpatrio assistito volontario, un secondo canale

Il punto di partenza è la dotazione notevole assegnata per affrontare le accoglienze e i rimpatri. Troppo poco, di questa torta, è destinato ad una strategia forte sul rimpatrio assistito volontario, cioè sulla possibile seconda gamba dei rimpatri.

Nel 2015 sono rientrati nei loro Paesi d’origine circa centomila stranieri, ma di questi solo tremila circa sono stati accompagnati con programmi di rimpatrio assistito volontario. Anzitutto il rimpatrio assistito volontario può servire per quanti hanno avuto il diniego alla richiesta di asilo politico. Ognuno di questi, nel momento in cui si comunica il diniego, potrebbe avere l’offerta del biglietto di ritorno aereo in patria e di una cifra limitata, ma tale da farlo tornare in patria con l’onore. E’ una soluzione semplice e poco costosa.

Altro caso è quello di quanti sono in Italia da anni con situazioni di precarietà, o che hanno perso il permesso per motivi di lavoro. Anche qui si tratta di offrire incentivi e sostegno sociale al ritorno. Nel caso di quanti hanno cumulato un minimo numero di anni di contributi previdenziali, potrebbe essere ragionevole consentire (in parte percentuale e con un tetto massimo in cifra assoluta) un riscatto anticipato parziale, come già avviene ad esempio in Germania.

Per quanti godono di ammortizzatori sociali si potrebbe poi estendere la facoltà, oggi prevista in Italia, di vedersi anticipato l’intero importo di cui si ha diritto nei mesi successivi, a condizione che serva per avviare nel paese d’origine una piccola attività imprenditoriale: è quanto già oggi è previsto in Spagna.

Ovviamente serve anche un accompagnamento sociale, anche nel suo Paese, e per questo va rifinanziata e potenziata la rete RIRVA, che ha ben fatto con modestissime dotazioni. Ci vuole più attenzione per questo patrimonio di reti di accompagnamento, di cui l’Italia è ricca.

C’è motivo di credere che una vera strategia di rimpatrio assistito volontario, finanziata dirottando parte delle risorse dell’accoglienza, potrebbe arrivare a cifre almeno dieci volte superiori alle attuali. Facendo così diventare il rimpatrio volontario una vera e civile alternativa ai rimpatri forzosi o al “lasciar fare” tollerante, e costoso dal punto di vista assistenziale, verso quanti non hanno (o non hanno più) un permesso di soggiorno.

Conclusioni

Si tratta di pochi spunti, poco più che intuizioni, ma frutto di una visione. Arrivare all’organizzazione ce ne passa, ma prima serve la strategia. Queste idee possono essere un pezzo di una strategia complessiva.

Stefano Lepri

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