In USA vince Trump. Ma non è una sorpresa

Foto: Repubblica.it
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La vittoria di Donald Trump non mi ha stupito più di tanto, perché ha molte ragioni. La sfidante era brava ma antipatica, come lo era la nostra compagna di classe un po’ secchiona e che si dava le arie, anche non volendo. La Clinton ha poi pagato per il suo cognome che ha sapore di dinastia; per una certa cultura, al contempo snob e multiculturale, che respinge il ceto medio e chi è ancorato a valori e tradizioni. Ma ha pagato anche per posizioni coraggiose, come il voler allargare la copertura sanitaria o l’evitare muri e protezionismi.

Trump ha intercettato il tradizionale voto repubblicano, legato all’idea del fai da te (anche con le armi per difesa personale), dello Stato debole e della “Grande America” nel mondo. A cui si è aggiunto un largo voto populista che rigetta la globalizzazione; che è pronto a prendersi i vantaggi del libero scambio mondiale ma non ne vuole pagare i costi in termini di competizione delle persone e degli investimenti; che vuole avere i vantaggi di consumare subito le risorse del pianeta senza accordarsi sui limiti alle emissioni di gas serra.

Al di là di queste contraddizioni, la principale sollecitazione, anche a seguito della Brexit, è questa: come sostenere quanti subiscono (o sono esclusi) dagli effetti positivi della globalizzazione e del progresso tecnologico e digitale. Sono persone (tante e sempre di più) che, diversamente, non votano o votano per le proposte populiste. Ne riparleremo; per ora vi rimando, sul tema, a due recenti articoli di Pietro Ichino (12), che verrà lunedì alla GAM. Così avrete un motivo in più per venire ad ascoltarlo.

Stefano Lepri

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