Dic 032015
 

stefanolepri 3

La discussione sulle forme di impresa con tratti di socialità si è arricchita recentemente di una nuova proposta: in sede di maxi emendamento alla legge di stabilità al Senato è stato infatti introdotto il concetto di società benefit. Parallelamente, sto seguendo come relatore la legge delega sul terzo settore e in particolare la rivisitazione del concetto di impresa sociale.

Da qui l’esigenza di provare a prefigurare per grandi linee il quadro complessivo che potrebbe delinearsi. Ne uscirebbero almeno sei diverse tipologie con finalizzazioni, ambiti di attività e incentivi pubblici distinti, pur se accomunate dall’intreccio tra esercizio d’impresa e finalità sociali.

Le cooperative sono la forma più diffusa e conosciuta d’intreccio tra business e socialità, realizzato in molteplici settori, caratterizzato da forte partecipazione dei lavoratori e da vincoli alla distribuzione degli utili e del patrimonio.

Ci sono poi le imprese tradizionali che operano nel campo delle politiche di protezione sociale. Una srl che gestisce una struttura residenziale per anziani non autosufficienti è un modello frequentemente riscontrato nei welfare locali. In questo caso il “sociale” è solo il campo d’attività, non il fine.

Siamo poi di fronte a imprese che dichiarano di operare con responsabilità sociale, determinata dalla considerazione delle attese non solo dei clienti, ma anche dei diversi stakeholders. Anche qui nulla di nuovo, visto che da un ventennio almeno la social responsibility è assunta quale visione d’impresa olistica, capace di perseguire obiettivi economici e competitivi anche in forza della sua superiore capacità di valorizzare i dipendenti e i fornitori, di rispettare l’ambiente e la comunità locale, ecc.

Le novità possono arrivare con le società benefit: imprese private in grado di fare e distribuire anche molti utili, operando nei campi i più diversi, avendo tuttavia contemporaneamente una o più finalità di beneficio comune. Queste ultime non sarebbero un effetto secondario derivante dalla responsabilità sociale, ma si configurerebbero come obiettivi almeno di pari grado rispetto a quelli economici, fino al punto di rinunciare a buona parte della possibile remunerazione del capitale. Si noti che, in tal caso, non si prevedono incentivi statali. L’unico vantaggio sarebbe di ottenere una reputazione particolare, pubblicamente certificata e riconosciuta, tale da orientare il consumatore a scegliere la società benefit rispetto a quelle tradizionali.

Altro invece è il profilo attribuito all’impresa sociale: un ente privato di terzo settore che opera in attività d’interesse generale e che assume vincoli stringenti nella remunerazione dei fattori produttivi, in particolare del capitale, fino al limite applicato nella mutualità prevalente. Si tratta quindi di una no profit, o al più di una low profit, realizzabile con ogni forma associativa o societaria e con forti vincoli di lock asset.
Infine – ma questa ipotesi è ancora in nuce, pur se contenuta negli emendamenti in discussione – si configurerebbe la possibilità di un’impresa sociale come ente di terzo settore operante tuttavia anche in attività diverse da quelle d’interesse generale e di utilità sociale, purché a queste ultime strumentali. Sulle attività non caratteristiche si pagherebbero imposte senza alcuna fiscalità di vantaggio.

In sintesi, il percorso in costruzione porta a riconoscere la stabile collocazione dell’impresa sociale entro il terzo settore e, dall’altra, a prevedere prassi e istanze di carattere sociale che maturano attraverso imprese for profit. L’impresa sociale avrebbe un serio regime vincolistico, campi d’azione delimitati e quindi un corrispondente favor, mentre avremmo anche graduate esperienze con minori vincoli e requisiti, ma prive degli incentivi e delle misure di sostegno riconosciuti alle imprese sociali.

E’ ancora presto per capire il quadro finale che uscirà dalla aule parlamentari, ma fin d’ora si può dire che forse si stanno aprendo, anche grazie alle probabili prossime future norme, nuove frontiere nella vocazione dell’agire imprenditoriale.

Leggi anche L’impresa sociale guarda al profitto (il Sole 24 Ore del 03-12-2015)

Stefano Lepri

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