IMPRESA SOCIALE, TRE NODI

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Con i miei emendamenti, ho provato a chiarire tre nodi che il testo della Camera non ha sciolto, anzi.

1. Il perimetro del terzo settore. L’impresa sociale è totalmente dentro il perimetro del terzo settore, senza equivoci. Si può fare impresa sociale anche come spa o srl, ma con vincoli chiari. L’emendamento che ho proposto semplicemente elimina una lunghissima definizione, dicendo semplicemente che l’impresa sociale non è altro che un ente di terzo settore che svolge beni e servizi di utilità sociale in forma imprenditoriale.

2. L’impatto sociale. Il testo della Camera afferma che l’impresa sociale ha come obiettivo il perseguimento di impatti sociali positivi. Ora, non si può negare che chi fa impresa sociale voglia migliorare il mondo e che lo voglia fare bene. Il problema è un altro: l’impatto sociale non è l’obiettivo, al massimo è l’esito, peraltro importante. Quindi l’impatto sociale sta benissimo e va valorizzato nell’articolo che riguarda il monitoraggio e i controlli, ma mi pare non possa essere considerato l’obiettivo principale dell’impresa sociale.

3. Il limite alla remunerazione del capitale. L’impresa sociale, dentro il perimetro del terzo settore, può avere anche una modesta remunerazione del capitale ma non può andare oltre quella già definita per la mutualità prevalente.
Con il mio intervento della settimana scorsa a Riva del Garda, argomento i tre nodi e la prospettiva che cercherò di sostenere attraverso l’attività emendativa e il mio ruolo di relatore.

Stefano Lepri

2 Commenti

  1. Sergio

    Gentile Senatore Lepri,
    dopo il nostro scambio di opinioni in occasione dell’Assemblea del CSVnet sul tema di quale riconoscimento possibile dell’impresa sociale, ho letto com molto piacere che quanto le avevo proposto di fatto è stato inserito in finanziaria con il nome di “Società Benefit” e lei risulta tra i firmatari dell’emendamento che di fatto recepisce il DDL 1882.
    Era proporio questa tipologia di impresa al quale intendevo ispiare il modello per il riconoscimento dell’impresa sociale.
    Se la norma sarà approvata definitivamente, sarà sufficiente assegnare, nel rispetto del SIEG previsto nel trattato UE, adeguati sostegni e possibili sgravi fiscali alla loro operatività, “et voilà”, risolta la questione una volta per tutte. Così le OdV, le APS, e coperative sociali sapranno che, se vogliono operare nel mercato, potranno farlo adeguando i propri comportamenti alle sue regole di concorrenza leale.
    Buon lavoro.

    Sergio Silvestre

  2. Sergio

    Gentile Sen. Lepri
    chi le scrive è da oltre 35 anni impegnato attivamente nel volontariato ricoprendo incarchi di grande respnsabilità (Presidente del CSV del FVG, Presidente Nazionale del CoorDown, membro di Convol e dell’Osservatorio Nazionale delle persone con disabiltà presso il MLPS, Vicepresidente della Fondazoine Down FVg ed altre…..).
    L’esperienza maturata in tanti anni di attività mi ha consentito di approfondire “sul campo” tutti gli aspetti gestionali, fiscali, amministrativi delle organizzazioni di volontariato e del terzo settore, esperienza che ho messo a disposizione ti tantissime organizzazioni che ho contributo a sostenere, incoraggiandone l’avvio e in molti alcuni casi fin dalla loro costituzione.
    Non è un caso che il Frilui Venezia Giulia, regione dove opero e risiedo, sia ormai da da diversi anni la regione con il maggior numero di OdV in Italia in rapporto alla popolazione, dato che penso modestamente di aver contribuito a consolidare con il mio impegno quotidiano.

    Ho deciso di scriverle in quanto la riforma del Terzo Settore, in discussione ora al senato, non mi ha appassonato per nulla, a differenza dell’entusiamo nell’aspettativa del possibile cambiamento che aveva promesso il Presidente Renzi in occasione del suo intervento a Lucca nel 2014.
    Una rifroma che avrebbe dovuto, una volta per tutte, riordinare tutta la materia ( un testo unico normativo ma anche una riorganizzazione fiscale) mentre stiamo assistendo ad un “assalto alla diligenza” dove le componenti “interessate” cercano di portare a casa soluzioni di parte, senza guardare alla sostanza di cio che sarebbe effettivamente necessario riformare.

    Non entro nel merito delle singole questioni, perchè occuperei troppo del suo spazio, ma le lancio solo un messaggio su uno dei temi che sta maggiormente appassionando la discussione e di conseguenza la vostra azione legislativa.

    Anzichè pensare a come dare dignità e norme di riferimento alle imprese sociali, “forzando” di fatto un loro riconoscimento all’interno del terzo settore con agevolazioni che ne snaturerebbero la collocazione tra il no-profit (partecipazione agli utili ecc. ecc.), perchè non si pensa di inquadrare il problema da un altro punto di vista?

    Perchè invece di continuare a parlare di “Imprese sociali” non incominciamo, anche in Italia, ad impostare seriamente il concetto di Responsabilità Sociale d’impresa? incardinaldolo in una modalità di azione non solo volontaristica?
    Le riporto sinteticamente il concetto chiave:
    La responsabilità sociale d’impresa è stata definita dal Libro Verde della Commissione Europea del 2001 come l’ “integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate”.
    Nel documento è specificato che essere socialmente responsabili vuol dire “non solo soddisfare pienamente gli obblighi giuridici applicabili, ma anche andare al di là investendo di più nel capitale umano, nell’ambiente e nei rapporti con le altre parti interessate”; la si può perciò definire anche come una “propensione dell’impresa a soddisfare in misura sempre crescente, andando al di là degli obblighi di legge, le legittime attese sociali ed ambientali, oltre che economiche, di stakeholder interni ed esterni, mediante lo svolgimento delle attività aziendali”.

    Se solo si volesse applicare questo concetto, nell’agire di tante organizzazioni che dal no-profit sono, loro malgrado, incasellate in un limbo “border line”, dandole la possibilità, senza costi aggiuntivi, di trasformarsi a tutti gli effetti in imprese profit ( con tutte le regole del mercato, e quindi operando alla pari, seppur con qualche incentivo) senza però stravolgere la loro mission originaria.

    E’ possibile conciliare il concetto di impresa ( e quindi profitto) con impegno sociale?
    Si è possibile, basta volerlo, soprattuto se ci sono regole chiare e trasparenti.

    Spero di non averle rubato troppo tempo, ma se vorrà approfondire il tema, resto a sua disposizione.

    Un cordiale Saluto.

    Sergio Silvestre

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