Gen 212015
 

senato

Questi giorni, le due prossime settimane, saranno decisive per il futuro della legislatura e dell’Italia. Abbiamo di fronte tre sfide (legge elettorale, riforma costituzionale, elezione del Capo dello Stato) che, insieme, possono essere metaforicamente considerati come il triangolo delle Bermude, tristemente famoso come un tratto di mare in cui, tempi addietro, affondavano navi in abbondanza. Se sapremo superare i vortici, le sirene e i fulmini che in questi giorni non mancheranno, la navigazione sarà poi più tranquilla e, forse, con il vento in poppa.

Sui contenuti ho già detto più volte: mi sembrano due riforme ben fatte, ampiamente migliorate nel corso dell’iter parlamentare e quindi per me convincenti.

Anche rispetto alla figura del Capo dello Stato, la riforma costituzionale conferma il suo ruolo di equilibrio, garanzia e rappresentanza del popolo: una figura tutta italiana, che evita derive plebiscitarie e presidenzialismi. Ma che fustiga, come ha fatto Napolitano, anche i vizi di un parlamentarismo inconcludente, come quello che in dieci anni non è riuscito a cambiare una legge elettorale “porcata”, a causa di calcoli venali e incapacità di mediazione sulle grandi questioni. E che non si sottrae dal criticare – come ha fatto l’ex Presidente prima di Natale – un eccesso di inutile protagonismo di alcuni magistrati in cerca di visibilità.

Sulla strategia, il premier deve necessariamente giocare su più tavoli, incontrando tutti e tenendo inevitabilmente coperto il nome (o la rosa di nomi) su cui puntare per la Presidenza. Abbiamo a che fare con una minoranza del PD che, sulla legge elettorale, avanza argomenti tali da non giustificare un voto di coscienza contrario. C’è una minoranza parlamentare solo attenta alla tattica: ad esempio, i 5stelle volevano il premio di lista, Lega nord e SEL la soglia di sbarramento al 3%. Ora che li hanno ottenuti (ed era giusto) chiedono altro, cioè le preferenze senza una quota di nominati, dimenticandosi che sono stati tutti eletti con il listino bloccato, che i candidati del Mattarellum erano comunque scelti dalle segreterie dei partiti e che il Porcellum l’ha proposto Calderoli e l’ha voluto soprattutto il centrodestra.

Infine l’accusa, più ripetuta: Renzi ha un asse di ferro con Berlusconi, siglato in piazza del Nazareno, presso la sede del PD. Di sicuro, alla luce del sole, c’è la volontà di fare insieme le regole del gioco, cosa sacrosanta perché la Costituzione e il voto sono questioni di tutti. Ma se approveremo la riforma elettorale, PD e Forza Italia saranno tra di loro certamente alternativi, senza più tentazioni o necessità consociative. Se c’è dell’altro non so, non credo, mi spiacerebbe e non lo condividerei. Ma, di sicuro, nel 2014 il PD ha sfondato guadagnando consensi tra i ceti produttivi, le casalinghe, gli artigiani: tutti gruppi di elettori che avevano sempre votato il centrodestra. Insomma, non mi pare che, sia sul metodo che nei fatti, Renzi stia sbagliando a parlare con il Cavaliere. Cosa che peraltro, lo ha ricordato ieri, facevano costantemente anche Bersani, D’Alema, Prodi, con i loro emissari o direttamente.

Stefano Lepri

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