Convertito in legge il decreto sull’ILVA

Ieri e’ stato convertito in legge il decreto sull’ILVA di Taranto. E’ una decisione importantissima ed equilibrata, che puo’ salvare il più grande impianto siderurgico d’Europa e recuperare un equilibrio ambientale oggi compromesso.

Pubblico di seguito l’intervento  lucidissimo fatto in aula dal collega PD Massimo Mucchetti.

Stefano Lepri 

Mucchetti (PD). “Signor Presidente, il decreto-legge che ci accingiamo a convertire in legge introduce una novità profonda nell’esercizio dei diritti di proprietà ai fini della tutela dell’ambiente e della salute.

Questo provvedimento prende le mosse da un’emergenza – quella dello stabilimento Ilva di Taranto – che rischia la chiusura per effetto del rifiuto dell’azionista di controllo, la famiglia Riva, di ottemperare pienamente all’autorizzazione integrata ambientale, emanata dal Ministero dell’ambiente: un rifiuto al quale la magistratura tarantina ha doverosamente reagito con provvedimenti restrittivi dell’attività aziendale. Questi provvedimenti, ove lasciati a se stessi, metterebbero a dura prova la continuità aziendale e, dunque, la continuità del lavoro.

Se quindi è vero che questo provvedimento parte dall’emergenza Ilva, è anche vero però che esso apre una strada nuova per risolvere le emergenze ambientali andando oltre la dinamica tra azienda inadempiente e magistratura inquirente. Intendiamoci: la supervisione della procura e dei tribunali sul passato prossimo e sul passato remoto non può e non deve venir meno né oggi né mai, ma la costruzione del domani appartiene in primo luogo all’impresa e al complesso dei suoi stakeholder e, quando questo non basti, come all’Ilva non è bastato, la parola va restituita alla politica.

La strada nuova consiste nella possibilità di commissariare lo stabilimento o l’impresa inquinante quando questa rientri nell’elenco dei siti di interesse nazionale. In questi casi il Governo si assume la responsabilità di sospendere provvisoriamente i diritti della proprietà per ricomporre un equilibrio tra gli stessi diritti di proprietà e il diritto al lavoro e il diritto alla salute e alla vita in un ambiente che rispetti i parametri ecologici stabiliti su basi scientifiche, e dunque verificabili, dagli enti a ciò preposti (e non da quanto si è letto l’ultima volta cliccando su Google).

L’istituzione del commissariamento è stata fin qui limitata ai casi di insolvenza da parte di imprese di grandi dimensioni e questo ha comportato la sparizione della vecchia proprietà, ormai incapace di far fronte agli obblighi con i creditori. Il caso Parmalat può essere assunto ad esempio sia per l’entità del dissesto, sia per l’esito felice del commissariamento, che ha consentito di recuperare oltre 2 miliardi dalle banche complici di Tanzi e di riportare al profitto l’azienda, salvando il grosso dei posti di lavoro.

Nei casi di emergenza ambientale, invece, non sempre c’è insolvenza. Nel caso dell’Ilva, in particolare, lo stato patrimoniale appare ancora solido e i conti economici degli ultimi diciassette anni (mi sono preso la briga di andarmi a rileggere i bilanci) mostrano un margine operativo lordo cumulato di circa 7 miliardi di euro. Tuttavia la creazione di valore per gli azionisti è un obiettivo legittimo che trova il suo limite nel rispetto dei contratti, primi fra tutti quelli di lavoro, e nel rispetto delle leggi, prime fra tutte quelle ambientali.

Per questo, la proprietà non viene cancellata, ma viene sospesa nell’esercizio dei suoi diritti per il tempo necessario – al massimo 36 mesi, recita il provvedimento – che si ritiene necessario per risanare l’ambiente degli stabilimenti.

La scommessa che parte con questo decreto-legge è quella di risanare l’Ilva – e un domani le imprese che si trovassero nelle stesse condizioni – con i soldi generati dalla loro gestione per poi restituire alla proprietà un’azienda migliore, magari con qualche debito in più a causa degli investimenti ecologici, ma anche più efficiente e capace di riottenere presto equilibri più solidi.

A questo scopo le Commissioni ambiente e industria del Senato hanno effettuato numerose audizioni e due importanti missioni a Taranto e a Novi Ligure, dove tutti sono stati ascoltati. A questo proposito mi piace ringraziare, per la solerzia e l’impegno profuso, i funzionari del Senato che ci hanno aiutato in queste missioni. Ebbene, le due Commissioni hanno presentato un ordine del giorno, accolto dal Governo, che intende rafforzare il commissario e il subcommissario su quattro fronti assai delicati (abbiamo presentato un ordine del giorno perché non era possibile, per le esigenze dei lavori parlamentari, fare diversamente).

In primo luogo, l’azienda commissariata ha bisogno di credito per investire; poi, lavorando, rimborserà ma all’inizio, senza la fiducia delle banche, non parte. Per questo ci vuole la prededucibilità dei nuovi finanziamenti in caso di default (parlo dei nuovi finanziamenti per il commissariamento, non dei vecchi che seguono il corso normale).

In secondo luogo, il commissario deve poter risolvere ed eventualmente rinegoziare i rapporti con le parti correlate (nel caso specifico, così tutti ci capiamo, con le società appartenenti al gruppo Riva ma non al gruppo Ilva). È tipico delle aziende come l’Ilva, che fanno parte di gruppi più grandi, delegare alle holding di controllo tutta una serie di funzioni e di informazioni che significano soldi e potere. Bondi o non Bondi, se Riva conserva il controllo dei sistemi informatici e della tesoreria nessun commissario potrà mai andare lontano.

In terzo luogo, commissario, subcommissario e i tecnici da loro delegati vanno protetti dalla responsabilità oggettiva, sancita dalla legge n. 231 del 2001, nel momento in cui entrano a lavorare su una scena che, al momento, non rispetta la legge; diversamente nessuno potrà fare questo lavoro. Stiamo lavorando per risanare e rimettere in riga l’azienda; è evidente che all’inizio non lo è.

Quarto punto. La gestione dei rifiuti, sia di quelli ereditati sia di quelli che saranno prodotti lavorando, va ricondotta a normalità, attraverso l’intervento del Ministero dell’ambiente su proposta del commissario e sentite la Regione e l’ARPA.

Ci auguriamo che questi punti, necessari al buon svolgimento dell’opera del commissario e del subcommissario, vengano accolti dal Governo nel primo provvedimento utile. Senza un commissariamento forte e trasparente, obbligato a rendere conto al Parlamento e ai territori, ma al tempo stesso non dimezzato da assemblearismi rissosi e dunque, proprio in quanto non dimezzato, pienamente responsabile, il rischio per l’Ilva e le aziende che si troveranno nelle stesse situazioni è la morte per asfissia.

C’è tutto un mondo che non vuole l’Ilva risanata, ma la vuole morta. Anzitutto i concorrenti europei ed extraeuropei, ai quali non parrebbe vero vedere sparire altiforni che erano e restano tra i più produttivi del vecchio continente. E non parrebbe vero a loro evitare di avere un benchmark che li costringerebbe a una rincorsa sul piano degli investimenti ambientali. Ma poi c’è tutto un mondo che sogna la sostituzione del reddito produttivo, fatto nel rispetto dell’ambiente e della salute (lo vogliamo ripetere ancora una volta), con i sussidi pubblici: sussidi per la disoccupazione, che si renderebbero inevitabili nel caso saltassero i 16.000 posti di lavoro connessi all’Ilva di Taranto, e sussidi per la bonifica di quell’enorme sito industriale, perché – ricordiamocelo – se l’Ilva chiude i Riva lasceranno fallire la società e la bonifica sarà posta a carico delle finanze pubbliche, non certo private. E un’opera senza fine, a spese dello Stato come sarebbe la bonifica di un’Ilva chiusa, costituirebbe anche il terreno più adatto alle infiltrazioni del crimine organizzato, alle mafie degli appalti: diciamocelo oggi, per non doverci stupire poi domani e gridare allo scandalo.

In conclusione, un’ultima osservazione. Oggi l’Occidente sta riscoprendo l’importanza dell’industria. Aveva creduto, sull’onda della globalizzazione finanziaria, che le banche, le borse valori, i commerci e i servizi fossero sufficienti a tenere in piedi le società avanzate. La grande crisi dalla quale non siamo ancora usciti ci ha rivelato che quel tipo di globalizzazione, che unifica tutto ma non i diritti e meno che mai i diritti del lavoro, ha generato regresso e impoverimento per la maggioranza delle persone che vivono del proprio lavoro.

La ripresa, dall’America democratica di Obama al Regno Unito del conservatore Cameron, dal Giappone alla Germania, passa attraverso il rilancio dell’industria, non attraverso il rilancio delle parole. Salvare l’Ilva salvando l’ambiente è una scommessa da vincere per tutti noi. Spacciare la deindustrializzazione oggi della Puglia, domani dell’Italia come un successo ambientalista, invece, equivale a rendere un servizio non retribuito – così immagino – al capitalismo finanziario che non elimina l’acciaio e neppure ama l’ambiente, ma preferisce una siderurgia lontana e non importa se, laddove finirà, inquinerà ancor più di oggi il nostro pianeta.”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.