Perché abbiamo perso. Con meno risorse non si fanno i miracoli

Elezioni-amministrative-5-giugno

Ho aspettato diversi giorni prima di cominciare a scrivere sui perché della sconfitta di Torino: troppo bruciante, anche se non inaspettata. Lo faccio da oggi, e ogni giorno fino alla direzione regionale di sabato prossimo.

La sconfitta di Torino ha ragioni che erano inevitabili e invece cause riconducibili a responsabilità precise. Comincio oggi dalle prime, sostanzialmente riconducibili all’onda lunga determinata dalla drastica crisi industriale degli anni ottanta e novanta. Torino, da città a fortissima vocazione manifatturiera ha dovuto trasformarsi brevemente in realtà polivalente, e lo ha fatto con una capacità davvero sorprendente, con esiti ammirati da chiunque l’abbia rivista o visitata.

I ventitré anni delle giunte di centrosinistra torinesi saranno ricordati come uno dei migliori esempi, al mondo, di rapido e riuscito cambio nella vocazione urbana. Trasformazione radicale delle aree ex industriali, passante ferroviario, metropolitana, arredo urbano, viabilità ripensata, olimpiadi, sistema museale, servizi educativi e di protezione sociale all’avanguardia e garantiti: queste ed altri risultati sono indiscutibili. Non è certo mancata la visione, e la capacità, di ripensarci.

Gli ultimi cinque anni sono stati in parte diversi per una semplice ragione: si è potuto disporre di molte meno risorse. Il grande debito accumulato per le grandi opere (e anche, in misura minore, per alcuni errori a cui non si è voluto mettere mano e su cui tornerò) è stato messo sotto controllo, non solo con dismissioni patrimoniali. Si sono poi ridotti, inevitabilmente, gli introiti per diritti edificatori e oneri di urbanizzazione, che negli anni precedenti si erano invece rivelati una grande leva per gli investimenti pubblici. Si aggiunga poi il taglio (fermatosi solo quest’anno) dei trasferimenti da parte dello Stato: non solo di quelli per spesa corrente, ma anche in conto capitale per investimenti.

Il combinato disposto del blocco all’indebitamento, della riduzione del debito, del declino delle entrate straordinarie per via urbanistica e della riduzione dei trasferimenti statali ha portato a una riduzione della spesa e quindi (nonostante gli sforzi per una maggiore efficienza) di qualche servizio. Intendiamoci, non si è trattato di una riduzione draconiana delle prestazioni, ma l’effetto si è visto: meno manutenzioni ordinarie, meno attività di prevenzione contro il disagio giovanile, meno servizi di prossimità (es. quelli “leggeri” per gli anziani gestiti dalle circoscrizioni), taglio del verde e corse del tram ridotti, rallentamento nella presa in carico degli anziani non autosufficienti a domicilio, ecc. E i cittadini questi servizi in meno, specie nelle periferie, li hanno notati. E non certo apprezzati. Così come non hanno apprezzato alcuni (pur limitati) aumenti nelle tariffe e nelle imposte locali.

Si poteva fare diversamente? Sicuramente le scelte di allocazione delle risorse non sono state tutte convincenti. Ma è comunque anche da qui, dal fatto che con meno risorse si sono dovuti ridurre (almeno un po’) i servizi, che si deve partire per motivare la sconfitta.

Stefano Lepri

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