Ott 082014
 

Signor Presidente, signori colleghi, non è un’esagerazione: oggi ci accingiamo a votare una riforma che non esito a definire storica. Non è propaganda, è la verità. Ci saranno voluti – tra qualche anno, quando saranno stati finalmente implementati ed attuati i decreti – quasi cinquant’anni per veder evolvere davvero una concezione dei rapporti tra capitale e lavoro e una concezione della vita lavorativa ormai indiscutibilmente ancorata al passato.

Negli anni ’70 quelle riforme furono necessarie contro la rappresaglia antisindacale e un’organizzazione fordista a forte rischio di soprusi. Ma quell’estensione dell’articolo 18 anche ai licenziamenti economici e la radicalizzazione di alcuni tratti antagonistici tra capitale e lavoro (mai risolti) hanno contribuito, insieme a tanti altri fattori, al lento declino dell’economia italiana. A questo disegno hanno contribuito certamente una politica debole o addirittura succube, una classe imprenditoriale, almeno per quanto riguarda la rappresentanza degli imprenditori, poco aperta ad una visione comunitaria e partecipativa e i sindacati, dove è prevalsa una visione contrattualistica, se non conflittuale, e poco aperta a tutelare un orizzonte di lungo periodo per i lavoratori. È prevalsa, insomma, quell’idea dell’inamovibilità del posto dove si è scambiata bassa produttività, bassa partecipazione e bassi salari.

Non esito a definire questo un patto scellerato, che, sommato agli altri spread competitivi, ha progressivamente ritirato la fiducia degli investitori. Così questa idea di un lavoro di proprietà si è affermata al punto che, anche di fronte a crisi aziendali indiscutibilmente irrisolvibili e senza sbocco, si è sovente insistito con ammortizzatori assurdi, utili solo per tutelare un reddito che non c’era, oppure si è insistito con una mobilità lunga, lunghissima, che ha anticipato una pensione che era ancora troppo lontana; e si è evitato in ogni modo di utilizzare queste persone, che avevano pur sempre un beneficio pubblico, in attività di pubblica utilità, perché queste avrebbero in qualche modo prefigurato la perdita del lavoro.

Ora si cambia l’idea della tutela. Non vengono meno le tutele: questo è importante ricordarlo a chi fa troppa propaganda in questi giorni. Cambia il modo in cui la tutela si assicura, anche per i lavoratori a tempo indeterminato. Il lavoratore a tempo indeterminato continua – ed è sacrosanto – ad essere tutelato verso il licenziamento discriminatorio o per cause disciplinari palesemente insussistenti. Ma, per le cause economiche, sarà previsto un significativo indennizzo; un assegno di disoccupazione, l’ASPI, che viene esteso a tutti e, soprattutto, dei servizi importanti, forti ed efficaci di formazione e di ricollocazione. L’idea insomma è molto semplice: decida l’imprenditore quando ci sono ragioni economiche e decida meno il giudice, si ridia certezza dei costi di separazione e tempi certi alla giustizia. Basti pensare che oggi in Italia abbiamo cause di lavoro che durano mediamente due anni, quando in Germania durano quattro mesi. In Italia abbiamo il 60 per cento di ricorso in appello, quando in Germania è il 5 per cento.

Ma c’è molto altro. Si è parlato quasi solo in questi giorni, purtroppo ingiustamente, delle riforme relative all’articolo 18. C’è molto, molto altro, di cui quest’Aula ha parlato molto poco e che fa finta di non considerare: ad esempio il codice semplificato, che sarà una grandissima rivoluzione. Non so – mi riferisco soprattutto a chi ha così duramente ed anche un po’ ignobilmente polemizzato in queste ore – se qualcuno fra voi – molti colleghi l’avranno fatto sicuramente – ha letto la riforma Fornero, in modo particolare gli articoli relativi al licenziamento. È un esercizio davvero di alta scuola; chi tra noi è arrivato alla fine ha dovuto fare qualche riassunto, e forse non ci ha capito. Ma, se non ci capiamo neanche noi, possono capirci gli imprenditori stranieri che non conoscono l’italiano?

È evidente che dobbiamo semplificare la disciplina del lavoro che negli ultimi venti, trenta o quarant’anni si è stratificata. Queste procedure relative alla legislazione così stratificata sono troppo bizantine; hanno fatto la fortuna di avvocati, consulenti, burocrati dello Stato, ispettori, ma hanno frenato la libera iniziativa e insabbiato gli ingranaggi del mercato del lavoro.

Insieme alla semplificazione del linguaggio e delle procedure, vi saranno semplificazioni anche nelle forme contrattuali; saranno superati i contratti di collaborazione falsi; avremo certamente la necessità di ridurre le forme precarie di lavoro atipico (penso a stage e a tirocini), che oggi sono inopportunamente utilizzati sfruttando i nostri giovani. Se il lavoro a tempo indeterminato costerà meno (come sarà contenuto nell’emendamento e poi sarà precisato in modo indiscutibile nella legge di stabilità), è verosimile pensare davvero che quelle forme atipiche subiranno un drastico ridimensionamento e che con questa formula il lavoro a tempo indeterminato diventerà progressivamente, come tutti ci auguriamo, il modo tradizionale e preferenziale con cui si assumeranno i lavoratori, giovani e meno giovani.

Vi è poi l’unificazione dell’ASPI per tutti; vi è la rivoluzione delle politiche attive del lavoro, finalmente con un’unica agenzia nazionale che non mortifica la programmazione regionale, ma consentirà davvero una progettualità che oggi è mancata, con un sistema di accreditamento che sarà misurato a risultati e permetterà alla pubblica amministrazione di esercitare un ruolo di governo più che di gestione. Vi sono nuove risorse per i contratti di solidarietà; vi è il fascicolo elettronico che consentirà in tutta Italia di conoscere l’offerta dei lavoratori; vi è l’interoperabilità e lo scambio di informazione; vi è l’attività ispettiva semplificata, e potrei continuare.

Sorge d’obbligo la domanda: perché queste riforme non sono state fatte prima? Io rispondo che vi è stata una somma di inerzia collusiva o conflittuale, che sono due facce dell’identica medaglia svalutata.

In conclusione, dunque, con la delega la sfida è per tutti: è per la politica, come ho già evidenziato, ma è anche per gli imprenditori che avranno molti meno alibi; è per i sindacati, che restano un baluardo insostituibile contro i soprusi e a difesa della tutela del lavoro e della sua dignità, ma che ora devono accettare nuove sfide a cominciare da una nuova logica di conciliazione tra le parti, la sfida della partecipazione e della democrazia economica; quella di organizzare i servizi per l’impiego. In altre nazioni i sindacati e le organizzazioni non profit sono molto attive in questa attività, che loro possono opportunamente svolgere. La sfida è anche per la pubblica amministrazione, che deve rimettersi in gioco, deve diventare facilitatore, garante dell’accesso, accreditatore più che gestore diretto dei servizi per l’impiego e, più in generale, dei servizi pubblici. La sfida è per i lavoratori, che devono accettare questa logica dell’empowerment, della capacità e della volontà di crescere, di progredire, di formarsi e di riqualificarsi. Dunque, sono previste più formazione, più promozione, ma anche più tutele – come ho già sottolineato – per chi oggi ne ha troppo poche.

Se verrà approvata, questa delega non sarà in bianco; il Parlamento e il nostro partito in particolare contribuiranno ancora, e molto, alla stesura e al vaglio dei testi dei decreti e soprattutto alla loro implementazione.

Per oggi, per ora, ci basta la sfida di una riforma storica con l’approvazione di linee guida che cambieranno dunque non solo il mercato del lavoro, ma anche la stessa concezione del lavoro: meno conflittuale, più cooperativa; meno orientata ai diritti pretesi, più orientata a garanzie come opportunità. Insomma, è una visione meno difensiva del lavoro e più aperta alle sfide nuove. Leggi resoconto stenografico

Stefano Lepri

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