Dl lavoro, mio intervento in Senato

Di seguito riporto lo stenografico del mio intervento fatto oggi alle 18 al Senato nel corso del dibattito generale.

Signor Presidente, da troppe parti, per calcolo o per convinzione, si ascoltano critiche a questo decreto che invece io e il mio partito riteniamo particolarmente meritevole e che voteremo con assoluta convinzione.

Penso che molte delle argomentazioni qui sentite siano pretestuose quanto infondate, quanto maldicenti, in alcuni casi addirittura poco informate. Sembra paradossale, ma allo stesso tempo in quest’Aula – lo ascolteremo anche nel prosieguo di questa discussione – c’è chi argomenta che questo decreto contiene troppa flessibilità e, all’opposto, c’è chi rappresenta l’idea secondo cui ne conterrebbe troppo poca e conterrebbe altresì troppe complicazioni, troppa burocrazia.

Credo che a chi sostiene che il decreto contiene troppa flessibilità occorra ricordare – lo si è detto anche oggi in dibattiti autorevoli – che finora le norme che hanno regolato il funzionamento dei contratti a tempo determinato e dell’apprendistato sinceramente non abbiano funzionato.

Finora la legge prevede una sola proroga, tra l’altro con un periodo di intermezzo tra un rinnovo. Ciò ha determinato un progressivo abbassamento del numero dei contratti a tempo determinato e la crescita di altre forme di lavoro nero e atipico: i co.co.pro., i co.co.co., il contratto di somministrazione, i contratti a progetto, i tirocini formativi che dovrebbero essere uno strumento importante, e lo sono, per assicurare l’alternanza tra formazione e lavoro e per avviare eventualmente da subito dopo lo studio all’esperienza lavorativa, ma che troppe volte sembrano essere utilizzati dagli imprenditori per la difficoltà e per la non convenienza ad utilizzare i contratti a tempo determinato. Perché dunque ostinarsi ad una sola proroga?

L’altra obiezione che oggi viene rappresentata è evidente: la sanzione sopra il 20 per cento nel rapporto tra lavoro a tempo determinato e indeterminato sarebbe troppo debole. Ma domando: chi può essere quell’imprenditore che, senza colpo ferire e senza domandarsi l’opportunità, è disponibile a pagare quando il 20, quando il 50 per cento in più del costo? È evidente che se questo imprenditore ha una buona valutazione del giovane che ha sperimentato per tre anni di fila, ha tutto l’interesse a stabilizzarlo, se ne ha la possibilità. Forse i teorici del tempo indeterminato per tutti preferiscono un sistema duale dove, da una parte, ci sono gli assolutamente garantiti e, dall’altra, una platea sempre più crescente di atipici.

Voglio ricordare – lo hanno già fatto alcuni colleghi – che il tempo determinato e l’apprendistato che, nella volontà del Governo e di questa maggioranza, debbono e possono diventare la prevalente vera alternativa al tempo indeterminato – perlomeno nella fase di prova e di primo avvio al lavoro – sono pur sempre tutelanti per i lavoratori, in particolare per quelli giovani, non solo perché vengono versati i contributi previdenziali ma perché questi contratti, almeno per come sono stati prefigurati, prevedono una progressiva stabilizzazione con la possibilità di rinnovo fino a cinque volte, in modo continuativo e senza intermezzi o proroghe successive.

A chi invece obietta, all’opposto, che questo decreto avrebbe poca flessibilità e troppa burocrazia è facile rispondere con l’eliminazione della causale, con il fatto di poter rinnovare più volte di seguito, come ho già ricordato, il contratto a tempo determinato così da conoscere sempre meglio il giovane lavoratore e, al contempo, permettere prudenza all’imprenditore che, ponendo in essere più contratti può anche stipulare contratti di durata più limitata, anche se consequenziali. Quindi, diamo all’imprenditore sia la possibilità di ridurre il tempo determinato sia quella di poterlo rinnovare più volte in continuità. Cosa c’è di più flessibile di questa soluzione e al contempo di più tutelante in una logica di progressiva fidelizzazione del lavoratore?

Quanto all’apprendistato, finora la legge prevede che tutte le imprese debbano stabilizzare il 30 o il 50 per cento dei giovani in contratto di apprendistato per poterne avere dei nuovi. Con il decreto la percentuale si riduce, e solo per le medie e grandi imprese, così che le piccole imprese possono sperimentarlo con assoluta libertà, pur con un contratto assolutamente tutelante per il giovane in apprendistato. Ed eventualmente, se ne avranno l’interesse, potranno confermarlo senza gli assurdi vincoli che qualcuno avrebbe voluto e che sostanzialmente puntano a mettere le braghe agli imprenditori che invece, dalla libertà, seppur regolata, debbono trovare lo spazio per la loro iniziativa.

Voglio ricordare un’ultima obiezione, anche questa in parte fondata e in parte avanzata più per porre ostacoli che per effettiva convinzione. Si è detto da più parti che occorre sostituire i tempi determinati con il contratto a tutele crescenti. Questa, non da oggi, è una proposta importante, per certi versi affascinante, ed è contenuta – lo voglio ricordare – nella delega al lavoro che dovremo affrontare nelle prossime settimane. Quindi, la questione è già posta ma va chiarita, e non è un caso che sia stata temporaneamente accantonata, non certamente abbandonata.

Infatti, non si capisce, non si capiva, non si è potuto approfondire – diciamo così – fino in fondo se questo contratto va interpretato nel senso di sostituzione dei contratti a tempo determinato. Quindi, il modo per sperimentare un nuovo lavoratore è solo quello del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti? Questa probabilmente non è una soluzione, perché è evidente che in non pochi casi i contratti a tempo determinato sono utilizzati non tanto e non solo per sperimentare un lavoratore, tanto più se giovane, ma per rispondere a picchi di domanda che non sono certi e come tale quello strumento, quel contratto, almeno per quanto posso pensare io, non potrà essere sostitutivo interamente dei contratti a tempo determinato.

Potrà certamente, almeno in parte, sostituire i contratti a tempo determinato, ma occorreva chiarire questo punto che non è stato definito, così come non è stata sufficientemente chiarita, perché non vi è stato il tempo, non era inserita nel decreto, la questione secondo la quale il contratto a tempo determinato a tutele crescenti si applica solo per i primi tre anni della vita lavorativa del giovane, ovvero anche in tutto il periodo lavorativo del lavoratore. Queste ed altre questioni hanno impedito di poter discutere in modo compiuto di una proposta che certamente, per quanto riguarda il Partito Democratico e sicuramente per quanto mi riguarda, merita quanto prima una considerazione opportuna.

Penso di aver argomentato a sufficienza le ragioni per cui il mio partito e io in particolare – saranno altri colleghi a fare la dichiarazione di voto – intendiamo sostenere convintamente il decreto che il Governo ha presentato e le modifiche che nel corso dell’iter parlamentare sono state presentate. È chiaro che, in conclusione, questo decreto non si configura come una rivoluzione. Nessuno si illude né che questo decreto possa d’un colpo risolvere i drammatici problemi della disoccupazione in Italia, tanto più della disoccupazione giovanile, né che possa determinare una grande modifica nell’assetto del diritto del lavoro che ha bisogno certamente di una revisione potente.

Questa revisione potente ci auguriamo possa trovare spazio nell’applicazione della delega lavoro che – ripeto – è prossima alla discussione in 11ª Commissione e poi nelle nostre Aule parlamentari. Ma certamente questo decreto ha un suo valore indiscutibile, teso da un lato a flessibilizzare i due contratti, quello a tempo determinato e quello dell’apprendistato, che più di tutti possono assicurare tutela ai lavoratori al di là del contratto a tempo indeterminato. All’opposto, è un decreto che assicura anche tutele ai lavoratori non solo – come ho detto – in riferimento alle garanzie di versamento degli obblighi previdenziali, ma anche nel senso di una progressiva fidelizzazione del lavoratore e quindi nella prospettiva di una sua stabilizzazione. (scarica stenografico)

Stefano Lepri

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