Mag 052014
 

Sabato sera ero a Roma allo stadio olimpico a vedere la finale di Coppa Italia. Non commento ovviamente la partita (le mie origini toscane vi fanno intuire per chi tifavo), ma l’incubo e il clima surreale vissuto in quelle ore.

Arrivati allo stadio, le notizie della sparatoria diventano di pubblico dominio, ma nessuno sa bene come sia andata. Una parte delle curve non tifa, l’altra ritira gli striscioni, i giocatori annunciati non entrano in campo. Il capitano del Napoli corre, accompagnato dalle Autorità di pubblica sicurezza, verso la curva per informare che la sparatoria non è stata causata da tifosi della Fiorentina. Vengono lanciati razzi e fumogeni ad altezza d’uomo, gli stewart terrorizzati scappano, un vigile del fuoco viene colpito. I bambini intorno a noi piangono e pregano di tornare a casa. La festa è già finita, prima di cominciare.

L’interlocuzione, si saprà dopo, avviene con un capopopolo, vestito di tatuaggi e con maglietta inneggiante ad altro capopopolo, condannato per aver ucciso un poliziotto. Si dirà, solo dopo, che non è avvenuta nessuna trattativa e che il ritardo è solo servito per svelenire il clima. Prima che cominci la partita, l’inno di Mameli è sommerso dai fischi.

Mi rendo conto che è difficile prevedere l’imponderabile, che da una provocazione fuori dello stadio si arrivi a degli spari, che una serata di sport si trasformi improvvisamente in una tragedia e in un momento di guerriglia urbana, con feriti gravi.

Resta l’amarezza per aver avuto la conferma di come anche il gioco più bello del mondo possa essere inquinato dalla violenza, dalla prevaricazione, dall’infiltrazione della malavita. E si rafforza la percezione di un disagio profondo vissuto da larga parte del popolo italiano, specie al sud, che non basta più illudere e distrarre con il panem (che manca ormai a molti) et circenses. (foto da tg24.sky.it)

Stefano Lepri 

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